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Val di Fassa e Overturism

31 Marzo 2026by Fassa Fly0

 Val di Fassa:

La Sfida all’Overturism

Come proteggere uno dei paesaggi più belli delle Dolomiti senza spegnerne l’anima

 

C’è un momento, d’estate, in cui il parcheggio di Canazei si riempie ancora prima dell’alba. Le auto arrivano da ogni angolo d’Europa — targhe tedesche, olandesi, polacche, qualcuna italiana quasi per dovere geografico. I sentieri si intasano già alle otto di mattina. I rifugi esauriscono i posti a mezzogiorno. Le marmotte, un tempo curiose e ferme sulle rocce a osservare i passanti, se ne sono andate chissà dove. Questo è il volto meno raccontato della Val di Fassa: una delle più belle valli dolomitiche del mondo, e anche una delle più affollate.

La Val di Fassa si estende per circa 22 chilometri nel cuore del Trentino orientale, incuneata tra massicci che appartengono ormai al Patrimonio UNESCO dell’Umanità: il Catinaccio-Rosengarten, il Gruppo del Sella, la Marmolada — la regina delle Dolomiti — con i suoi 3.343 metri e il ghiacciaio che si ritira ogni anno di qualche metro in più. È una terra di lingua ladina, di tradizioni antiche, di cucina montanara che profuma di canederli e strangolapreti. Ma è anche un territorio che, negli ultimi anni, si trova a fare i conti con una pressione turistica sempre più difficile da gestire.

L’overturism — il sovraffollamento turistico — non è una questione teorica qui. È una realtà quotidiana che incide sulla qualità della vita dei residenti, sull’integrità degli ecosistemi alpini e, paradossalmente, sull’esperienza stessa dei visitatori. Eppure la Val di Fassa non si è arresa. Ha cominciato a ragionare, a sperimentare, a proporre alternative. E tra queste alternative c’è anche qualcosa di inaspettato: alzarsi in volo.

 

Un Paesaggio che Chiede Rispetto

 

Per capire la posta in gioco, bisogna prima capire cosa c’è da proteggere. Il paesaggio della Val di Fassa è, semplicemente, tra i più straordinari d’Europa. Non è solo una questione di cime alte o di rocce scenografiche, anche se il Catinaccio con il suo Enrosadira — il fenomeno ottico che tinge le pareti di rosso fuoco al tramonto — è uno spettacolo che toglie il respiro ogni volta, anche alla centesima volta.

È la complessità del paesaggio a renderlo unico: i pascoli alti d’estate dove le mucche pascolano ancora secondo pratiche millenarie, i boschi di abeti e larici che cambiano colore con le stagioni, le malghe dove il formaggio prende forma con gli stessi gesti di secoli fa. È il silenzio tra un passo e l’altro su un sentiero delle Dolomiti, rotto soltanto dal vento o dal richiamo lontano di un gracchio alpino. È la luce, quella luce dolomitica che i pittori del XIX secolo vennero a cercare da tutta Europa e che ancora oggi non ha equivalenti.

La Marmolada merita un discorso a parte. Il ghiacciaio più grande delle Dolomiti è oggi una ferita aperta nel cuore della montagna: ha perso oltre il 30% della sua superficie negli ultimi trent’anni, e i modelli climatici più ottimisti prevedono la sua scomparsa quasi totale entro la fine del secolo. La tragedia del luglio 2022 — quando un enorme seracco si staccò causando undici vittime — ha reso visibile agli occhi di tutti ciò che i glaciologi denunciavano da anni. La Marmolada non è solo una meta turistica: è un termometro del cambiamento climatico, e la sua agonia racconta qualcosa di essenziale sul destino delle montagne alpine.

In questo contesto, la questione dell’overturism non riguarda solo il comfort dei visitatori. Riguarda la sopravvivenza di un ecosistema. Ogni sentiero eroso dall’eccesso di calpestio, ogni prato alpino degradato dal sovraffollamento, ogni ruscello inquinato dai rifiuti abbandonati è una perdita che va ben oltre l’estetica. È un impoverimento della biodiversità, una riduzione della capacità di resilienza di un territorio già sotto stress climatico.

 

Il Peso dei Numeri

 

I dati parlano chiaro. Negli anni pre-pandemia, la Val di Fassa registrava oltre 3,5 milioni di presenze turistiche annue — un numero enorme per una valle che conta poco più di 9.000 residenti stabili. Il rapporto tra turisti e abitanti è tra i più alti d’Italia, e tra i più elevati in tutto l’arco alpino. Nei mesi di luglio e agosto, e nel periodo natalizio-gennaio, la popolazione turistica può superare di dieci volte quella residente. Le conseguenze sono molteplici. Il traffico sulle strade di fondovalle — la SS 48 delle Dolomiti — raggiunge livelli di saturazione che rendono difficile anche la mobilità locale. I parcheggi sono insufficienti, nonostante i continui ampliamenti. I prezzi degli immobili sono saliti a livelli che rendono l’acquisto di una casa impossibile per molti giovani ladini, contribuendo a uno svuotamento demografico che mette a rischio la stessa sopravvivenza della cultura e della lingua locale. I rifugi alpini, gioielli della tradizione montana, rischiano di trasformarsi in fast food d’alta quota se la pressione commerciale continua senza regole.

Eppure sarebbe sbagliato demonizzare il turismo in sé. La Val di Fassa vive di turismo: le sue seconde case, i suoi alberghi, i suoi impianti di risalita, i suoi ristoranti impiegano larga parte della popolazione attiva. Togliere il turismo significherebbe togliere il sostentamento a migliaia di famiglie. La sfida non è eliminare i flussi, ma renderli sostenibili — distribuirli meglio nel tempo e nello spazio, indirizzarli verso esperienze di qualità, ridurre l’impatto sugli ecosistemi più vulnerabili.

 

Attività per un Turismo Consapevole

Una delle risposte più interessanti all’overturism è la diversificazione dell’offerta verso attività che, per loro natura, non possono essere praticate in massa. Non si tratta di creare attività d’élite inaccessibili, ma di valorizzare esperienze che richiedono competenza, attenzione, connessione reale con il territorio.

 

Sci Alpinismo e Scialpinismo: La Montagna in Silenzio

In inverno, mentre le piste da sci sono affollate da mattina a sera, esiste un altro modo di vivere le montagne della Val di Fassa: lo scialpinismo. Con le pelli di foca sotto gli sci, si sale in silenzio attraverso i boschi e i colli innevati, godendo di panorami che pochi altri vedono. Il Gruppo del Sella, il Padon, i versanti meno frequentati della Marmolada offrono itinerari di grande bellezza, con un impatto sull’ambiente minimo rispetto allo sci alpino tradizionale. Non si consumano risorse energetiche per gli impianti, non si producono code alle seggiovie, non si comprime la neve con i gatti delle nevi. Si sale con le proprie gambe, si scende nella neve fresca, e ci si ritrova — alla sera — con una stanchezza diversa, più vera.

 

Trekking e Alta Via: Lentezza come Scelta

D’estate, la Val di Fassa è attraversata da alcuni tra i percorsi escursionistici più belli d’Europa. L’Alta Via numero 2 delle Dolomiti, che passa da queste parti, è un itinerario di più giorni che porta il camminatore attraverso paesaggi di straordinaria varietà: ghiaioni, laghetti alpini, creste rocciose, pascoli. La Via delle Leggende tocca i luoghi più carichi di storia e di mitologia ladina. Il Sentiero Panoramico, che corre lungo i fianchi del Catinaccio, offre viste sul Rosengarten che cambiano ora per ora con la luce. Il trekking plurigiornaliero con pernottamento in rifugio è, per sua natura, un antidoto all’overturism: chi cammina per più giorni consuma meno risorse, si sposta a piedi, porta con sé poco, lascia poco. È un turismo lento, attento, che genera un contatto profondo con il territorio. I rifugi della Val di Fassa — dal Rifugio Fronza alle Coronelle al Rifugio Fuciade sotto il Passo San Pellegrino — sono luoghi dove si recupera la dimensione essenziale della montagna.

 

Arrampicata nelle Dolomiti: Verticale e Meditativa

 

Le Dolomiti sono la culla dell’arrampicata alpina. Qui nacquero, tra Ottocento e Novecento, le prime salite delle grandi pareti: le Tre Cime di Lavaredo, la Marmolada, il Catinaccio. Oggi, l’arrampicata è una delle attività in più rapida crescita nel comprensorio della Val di Fassa, e per ottime ragioni: richiede preparazione tecnica, attenzione totale, rispetto assoluto della roccia. Non si scala in massa: si scala in cordata, in piccoli gruppi, con la concentrazione che solo la verticale sa imporre.

Le vie ferrate, più accessibili alle famiglie e ai neofiti, percorrono le pareti delle valli laterali offrendo emozioni forti in sicurezza. La Ferrata Laurenzi alla Marmolada, la Ferrata Penia, i percorsi attrezzati nei dintorni di Moena e Pozza di Fassa: ognuno racconta una storia di roccia, di quota, di fatica ricompensata.

 

Parapendio Biposto in Val di Fassa: Volare sulle Dolomiti con Fassafly

E poi c’è il cielo. Perché la Val di Fassa non è solo da guardare dal basso verso l’alto: è anche da contemplare dall’alto verso il basso, quando si vola.

Il parapendio biposto in Val di Fassa, proposto da Fassafly con il pilota professionista Jimmy Pacher, è una delle esperienze più intense e rispettose dell’ambiente che si possano vivere in questo territorio. Si tratta di voli tandem — il passeggero vola insieme al pilota, senza necessità di esperienza o preparazione specifica — che partono dai versanti del gruppo del Sella o dalle quote dei passi dolomitici e planano verso il fondovalle seguendo le correnti termiche che salgono dalla roccia riscaldata dal sole.

Fassafly è sinonimo di professionalità, sicurezza e rispetto per la montagna. Jimmy Pacher conosce queste correnti d’aria come pochi altri: vola in Val di Fassa da anni, ha percorso il cielo sopra il Catinaccio, la Marmolada, il Pordoi in ogni stagione e condizione. Sa come il vento gira attorno alle torri rocciose del Rosengarten nel pomeriggio estivo, conosce le bolle termiche che si formano sui versanti esposti a sud, riconosce le correnti che scendono ghiacciate dai couloir del ghiacciaio. Affidarsi a lui significa volare in sicurezza, ma anche volare con qualcuno che ama profondamente questo cielo.

Il volo in parapendio è, per definizione, un’attività a basso impatto ambientale. Non produce emissioni: la vela si gonfia con il vento, l’ala plana sulle correnti naturali, il pilota lavora con la meteorologia e non contro di essa. Si decolla da punti specifici — senza costruire nulla, senza alterare il paesaggio — e si atterra nei prati del fondovalle. È un modo di frequentare la montagna che non lascia tracce, non consuma suolo, non produce rumore se non quello del vento tra i cordini.

Dal punto di vista del visitatore, poi, è un cambio di prospettiva letterale e metaforico. Volare sopra la Val di Fassa significa vederla come non l’ha mai vista: le valli laterali che si aprono come le dita di una mano, il nastro azzurro del torrente Avisio che scorre nel fondovalle, le pareti del Catinaccio che cambiano colore con l’inclinazione della luce, la Marmolada che svetta solitaria con la sua cappa di ghiaccio sempre più sottile. È un modo di capire la scala reale di questo paesaggio, la sua vastità, la sua bellezza radicale. E spesso — lo riferiscono molti di coloro che hanno volato con Fassafly — è un’esperienza che trasforma il modo di guardare le montagne per sempre.

Il parapendio biposto in Val di Fassa è anche, in un certo senso, un antidoto simbolico all’overturism: insegna a essere leggeri, a muoversi con il territorio invece che nonostante esso, a occupare il cielo anziché ingombrare i sentieri. Non è un caso che chi vola, spesso, torni a casa con una consapevolezza diversa del luogo che ha visitato.

 

Le Risposte del Territorio

La Val di Fassa non è rimasta ferma di fronte alla sfida. Negli ultimi anni, l’Azienda per il Turismo Val di Fassa — APT Fassa — ha promosso una serie di iniziative per distribuire meglio i flussi e ridurre la pressione sui punti più critici. Il sistema del trasporto pubblico è stato potenziato, con bus navetta che collegano i parcheggi scambiatori al fondovalle e alle principali mete, riducendo il traffico automobilistico nelle ore di punta.

Alcune aree particolarmente fragili, come certi laghetti alpini e sentieri in zone Natura 2000, vengono ora gestite con sistemi di prenotazione e contingentamento degli accessi. Il Lago di Carezza — tecnicamente oltre i confini della Val di Fassa ma nel comprensorio dolomitco adiacente — è diventato un caso studio di come gestire un sito iconico senza distruggerlo: accesso a pagamento, navette obbligatorie, informazione capillare. I risultati, pur con qualche resistenza iniziale, sono stati positivi.

Sul fronte culturale, il recupero e la valorizzazione della cultura e della lingua ladina — tra le più antiche d’Europa, parlata da circa 20.000 persone nelle valli dolomitiche — sta diventando un elemento differenziante dell’offerta turistica. Visitare la Val di Fassa significa anche incontrare una cultura viva, non musealizzata: i nomi dei luoghi in ladino, le feste tradizionali, la cucina con i suoi prodotti tipici — il puzzone di Moena, lo strudel di mele, i cjarsons — raccontano una storia di adattamento e resilienza che risuona con le sfide del presente.

 

La Stagionalità come Chiave

Uno degli strumenti più potenti contro l’overturism è la destagionalizzazione: convincere i visitatori a venire nei periodi meno affollati, valorizzando le attrattive delle mezze stagioni. La Val di Fassa in autunno — quando i larici si tingono di oro e le Dolomiti sembrano più vere, più austere, più sé stesse — è forse ancora più bella che in estate, eppure rimane notevolmente meno frequentata.

La primavera, con la neve ancora alta sulle quote e i fiori di croco che spuntano ai bordi dei pendii innevati, è una stagione magica per chi pratica scialpinismo o vuole esplorare i boschi nel momento in cui si risvegliano. L’autunno è la stagione ideale per il trekking nei boschi di colore, per visitare le malghe durante le ultime settimane di apertura, per assaporare la tranquillità di un rifugio con pochi ospiti e un panorama che toglie il respiro.

Anche il parapendio con Fassafly si presta magnificamente alle mezze stagioni: le condizioni termiche di settembre e ottobre, con l’aria più fresca e i colori autunnali delle foreste, regalano voli di straordinaria bellezza. E i prezzi, in questi periodi, sono spesso più accessibili.

 

Un Futuro Possibile

La Val di Fassa può farcela. Ha le risorse culturali, le competenze imprenditoriali e la consapevolezza ambientale per affrontare la sfida dell’overturism senza perdere l’anima. Ma richiede scelte coraggiose: limitare gli accessi dove necessario, anche a costo di perdere qualche turista nel breve periodo; investire nella qualità dell’esperienza invece che nella quantità dei passaggi; formare guide, piloti, rifugisti, operatori che siano prima di tutto ambasciatori di un modo di stare in montagna.

Richiede anche, forse soprattutto, una narrazione diversa. La Val di Fassa non è un parco a tema: è un luogo vivo, con una storia, una lingua, una comunità che ha diritto di continuare a esistere e a prosperare. I turisti che la visitano sono ospiti, non clienti. Questa distinzione, sottile ma fondamentale, è il punto di partenza per un turismo davvero sostenibile.

E mentre si discute di regole, di limitazioni, di piani di gestione, esistono già oggi esperienze che mostrano la strada. Volare con Fassafly sopra le Dolomiti, camminare per tre giorni sull’Alta Via con uno zaino leggero, scalare una via ferrata all’alba prima che arrivi la folla, sedersi in silenzio su un sasso ai piedi del Catinaccio e aspettare l’Enrosadira: queste sono le esperienze che fanno innamorare un visitatore di questo posto. Non i selfie in coda alla funivia, non la pizza in un ristorante da trecento coperti, non il souvenir comprato in fretta. 

La Val di Fassa ha tutto per diventare un modello di turismo alpino di qualità. Le Dolomiti, patrimonio dell’umanità iscritto dall’UNESCO nel 2009, appartengono a tutti — ma questo significa anche che tutti abbiamo il dovere di trattarle con rispetto. La sfida dell’overturism non è solo una sfida per chi ci vive: è una sfida per chi le visita. E accettarla è il primo passo per meritarsi davvero questa montagna

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