Milano Cortina 2026: L’Italia Vola — E Qualcuno Propone di Farlo Davvero col Parapendio
Da Brignone a Vittozzi, da Lollobrigida a Fontana: le Dolomiti hanno deciso di ospitare mezzo podio mondiale. Il resto è storia. Il parapendio biposto è il futuro. (Lo giuriamo.)
17 febbraio 2026 — scritto da qualche parte tra una valanga di ori e una termica sopra Cortina.
Ci sono momenti nella storia dello sport in cui un’intera nazione smette di fare quello che stava facendo. Si alza dal divano, abbandona la pizza a metà, mette in pausa il Match su Hinge e, con quella calma olimpica tipicamente italiana che maschera un’eccitazione al limite del clinicamente gestibile, dice sottovoce: “Ma siamo fortissimi.”
Questo è uno di quei momenti. E dura da undici giorni.
Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 — iniziate il 6 febbraio con una cerimonia di apertura che ha fatto capire al mondo intero che gli italiani non sanno fare le cose a metà — si chiuderanno il 22 febbraio. Mancano ancora cinque giorni. Eppure l’Italia ha già fatto quello che sembrava scritto soltanto nelle fantasie di qualche tifoso particolarmente ottimista: ha polverizzato il proprio record storico di medaglie in una singola edizione invernale, superando quota 23 (contro le 20 di Lillehammer 1994), con 8 ori e una posizione nel medagliere che fa un po’ tremare le ginocchia — seconda assoluta, dietro alla sola Norvegia. Davanti agli Stati Uniti d’America. Sì, avete letto bene. Davanti agli Stati Uniti.
Come ci siamo arrivati?
Con talento, sudore, denti stretti, lacrime di gioia e — ne siamo sempre più convinti — con l’aiuto discreto ma determinante delle Dolomiti.
Il Catalogo delle Meraviglie Azzurre
Partiamo dall’inizio, o meglio: dal sette febbraio, giorno uno di gloria olimpica italiana.
Sulla mitica pista Stelvio di Bormio, uno dei tracciati di discesa libera più impegnativi e rispettati del circuito mondiale, è andato in scena qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato con quella naturalezza: una doppietta azzurra. Giovanni Franzoni, classe 2001, al suo debutto assoluto in una Olimpiade, ha strappato l’argento con una discesa da pelle d’oca, “mandando letteralmente in estasi le migliaia di tifosi accorsi sulla Stelvio”, come hanno scritto i colleghi di Eurosport. Il bronzo è invece andato al veterano Dominik Paris, uomo di Bormio come pochi altri, uno che su quella pista ci vive praticamente. Una doppietta italiana nella discesa libera maschile. La prima dal dopoguerra. Non male come apertura di settimana.
Stesso giorno, stessa euforia, discipline diverse: Francesca Lollobrigida ha conquistato il primo oro italiano di questi Giochi nel pattinaggio di velocità sui 3000 metri. Poi, cinque giorni dopo, ha fatto il bis sui 5000 metri, stabilendo anche un record olimpico. Due ori individuali. Rientrata dalla maternità. In una stagione definita “travagliata” da chi la seguiva. È diventata la sesta donna nella storia a vincere la doppietta 3000-5000 in una singola edizione olimpica. Qualcuno dovrebbe investigare se la pasta al forno della mamma non nasconda qualche sostanza proibita dalla WADA.
Il 10 febbraio è stato il giorno dello short track.
La staffetta mista composta da Arianna Fontana, Elisa Confortola, Thomas Nadalini, Pietro Sighel (con Chiara Betti e Luca Spechenhauser a supporto) ha regalato un oro “inatteso, visti i risultati internazionali di questa stagione, ma per questo ancor più meraviglioso.” L’esultanza di Sighel, iconica e borderline irriguardosa verso gli avversari, è già diventata uno dei frame olimpici più condivisi sui social. Sempre il 10 febbraio, Stefania Constantini e Amos Mosaner hanno aggiunto il bronzo nel curling doppio misto — confermando che il duo che aveva già incantato a Pechino 2022 non era un fuoco di paglia ma una forza della natura con manico e spazzola.
L’11 febbraio è stato il giorno dello slittino al femminile:Andrea Voetter e Marion Oberhofer hanno vinto l’oro nel doppio femminile sulla pista Eugenio Monti di Cortina, una di quelle strutture che profuma di storia olimpica e resina di legno. Il 12 febbraio è poi arrivato il bronzo nella staffetta a squadre di slittino, con un team (Hofer, Rieder, Kainzwaldner, Fischnaller, Voetter e Oberhofer) che ormai conosce la pista di Cortina centimetro per centimetro.
Il 12 febbraio è anche il giorno in cui ogni cittadino italiano, secondo Eurosport, “ha l’obbligo di cerchiare in rosso sul calendario”: perché Federica Brignone ha vinto il SuperG, regalando l’oro numero cinque della spedizione azzurra. Non bastasse, il 15 febbraio ha fatto il bis nello slalom gigante, diventando la prima sciatrice italiana — e la seconda italiana in assoluto dopo Alberto Tomba — a vincere due medaglie d’oro nella stessa edizione olimpica. Tomba lo fece a Calgary nel 1988. Brignone lo ha fatto a casa propria, a 35 anni, in quelle Dolomiti che ha scalato e disceso migliaia di volte nella sua vita. Se esiste qualcosa come la perfezione sportiva, questa è una buona candidatura.
Il 13 febbraio ha vinto il bronzo Michela Moioli nello snowboard cross, seguita il 15 febbraio dall’argento in coppia con Lorenzo Sommariva nel cross misto a squadre: “Ennesima rimonta-show della carriera”, scrive Eurosport, “per bruciare al traguardo Léa Casta.” Sempre il 15 febbraio, la staffetta maschile di sci di fondo (Barp, Carollo, Graz e Pellegrino) ha conquistato il bronzo. E poi, in cima a tutto, a chiudere il poker di medaglie di quella domenica e a scrivere una pagina di storia del biathlon italiano: Lisa Vittozzi.
La Monna Lisa del biathlon — come l’hanno soprannominata — ha vinto l’oro nell’inseguimento 10 km femminile ad Anterselva. Primo oro olimpico della storia italiana nel biathlon. Mai il tricolore era salito così in alto in questo sport. Vittozzi ha tirato venti colpi. Ne ha colpiti venti su venti. Zero errori. Una gara che, se la racconti a qualcuno che non la conosce, suona come leggenda, non come cronaca sportiva.
Il quadro si completa con altri podi preziosi: il bronzo nel team event del pattinaggio artistico (Guignard, Fabbri, Conti, Macii, Gutmann, Grassl e Rizzo), il bronzo di Fischnaller nel singolo maschile di slittino, quello di Sofia Goggia nella discesa libera femminile (con cui completa una collezione personale di oro, argento e bronzo in tre diverse edizioni olimpiche — la trilogia perfetta), il bronzo di Lorello nel pattinaggio di velocità 5000 maschile, quello di Dalmasso nel PGS femminile di snowboard, e quello della staffetta mista di biathlon (argento, non bronzo, per essere precisi — e ci scusiamo con i protagonisti per l’approssimazione).
Ventitré medaglie. Otto ori. Record assoluto. E ancora cinque giorni di gare.
Le Dolomiti: Non Semplici Montagne, Bensì il Centro Geometrico dell’Universo
Permetteteci una parentesi. Una dichiarazione d’amore, più che geografica.
Le Dolomiti non sono uno sfondo. Non sono semplicemente il paesaggio più fotografato d’Europa (anche se lo sono, con buona pace delle Alpi svizzere, delle Highlands scozzesi e di qualunque altra pretendente). Le Dolomiti sono un sistema operativo. Sono la versione in pietra calcarea e dolomia di ciò che gli italiani sono: verticali, imprevedibili, spettacolari, con una tendenza a fare le cose in grande e a risultare incomprensibilmente eleganti anche nelle situazioni più estreme.
Patrimonio Naturale dell’Umanità UNESCO dal 2009, le Dolomiti si estendono tra Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia con un’arroganza paesaggistica che rasenta la premeditazione. Le Tre Cime di Lavaredo, il Gruppo del Sella, il Marmolada, la Croda Rossa: nomi che suonano come incantesimi. E in effetti, a guardare quegli ottomila anni di geologia compressa in pareti verticali che virano dall’ocra al rosso fuoco al tramonto, viene spontaneo pensare che qualcuno lassù voglia che l’Italia vinca.
Cortina d’Ampezzo — la Regina delle Dolomiti, come viene chiamata, con quella modestia tutta ampezzana — ha ospitato gare di sci alpino, slittino e skeleton sulla rinnovata pista Eugenio Monti, già teatro dell’edizione del 1956. Quella stessa pista che settant’anni fa vide Eugenio Monti, il “Rosso volante”, conquistare la leggenda. Oggi ha visto nuovi eroi scendere a velocità che il corpo umano non dovrebbe tecnicamente sopportare, mentre le Dolomiti intorno facevano da quinta teatrale mozzafiato.
Anterselva ha scritto i capitoli del biathlon. Una conca silenziosa e spettrale a 1600 metri di quota, nel cuore dell’Alto Adige, dove il rumore degli spari echeggia tra i larici e il silenzio che segue è più eloquente di qualunque commento. È qui che Vittozzi ha scritto la storia. Ed è giusto così: certe storie si scrivono solo in certi posti.
Bormio con la Stelvio, Predazzo e Tesero nel fondo, Livigno e Milano per alcune discipline indoor: un disegno che copre il Nord Italia come una costellazione olimpica. Ma sono le Dolomiti il cuore pulsante. Il luogo dove la fisica incontra la poesia e dove gli atleti italiani sembrano ricevere un upgrade inspiegabile, come quegli smartphone che funzionano sempre meglio in montagna perché prendono più segnale.
C’è qualcosa di quasi mistico nel fatto che i posti più belli del pianeta coincidano con quelli dove gli italiani vincono di più. Probabilmente è merito dell’aria. O della polenta. O di entrambi.
E Ora, La Proposta Seria (Non Ci Assumiamo Alcuna Responsabilità per Ciò Che Segue)
Siete ancora con noi? Bene. Perché arriviamo alla parte più importante dell’articolo.
Con tutto questo successo italiano. Con le Dolomiti al centro del mondo sportivo globale. Con gli azzurri che vincono su ghiaccio, neve, piste e trampolini in una quantità di sport diversi che farebbe invidia a qualsiasi nazione specializzata. Con Cortina che torna a essere la capitale mondiale dello sport invernale dopo settant’anni. In questo contesto cosmicamente favorevole, c’è una domanda che aleggia nell’aria cristallina di queste valli come una termica di primavera, come un corvo che plana sulle crode rossastre:
Perché il parapendio biposto non è ancora uno sport olimpico?
Fermatevi un secondo. Respirate. Rileggetelo.
Sì, il parapendio biposto. Quello con l’istruttore e il passeggero. Quello dove uno sa cosa sta facendo e l’altro no, e questa asimmetria informativa è, filosoficamente parlando, la più autentica rappresentazione del rapporto tra l’atleta olimpico e il pubblico televisivo.
Pensateci seriamente — o almeno provateci, noi ci abbiamo provato per venti minuti e abbiamo concluso che la proposta ha senso. Siete sull’Alpe di Siusi, la più grande superficie erbosa d’alta quota d’Europa, al cospetto dello Sciliar che vi osserva dall’alto con la solennità di un giudice di gara molto anziano. Il sole sorge sulle Odle e le tinge di una sfumatura di rosa che non esiste in nessun altro posto al mondo. L’istruttore vi allaccia l’imbracatura con la stessa solennità di un sacerdote che officia un rito millenario. Vi guarda negli occhi. Dice: “Pronti?”
Voi annuite. Non perché siate pronti. Ma perché è troppo tardi per tornare indietro, e il cameraman della famiglia ha già iniziato a riprendere.
E poi — whoooosh — decollate. Le Dolomiti si aprono sotto di voi come il più grande schermo IMAX che abbiate mai visto. Il vento è freddo e pulito. Il parapendio vira dolcemente verso sinistra, poi verso destra. L’istruttore dice “Magnifico vero?” con quella calma di chi fa questo ogni giorno e non capisce perché il passeggero stia emettendo suoni che in natura vengono prodotti solo da animali in fuga da predatori.
Questo è il parapendio biposto. E noi sosteniamo con convinzione che meriti un posto alle Olimpiadi invernali. Magari a partire da Milano Cortina, già che ci siamo.
Le categorie di gara potrebbero essere molteplici e tutte legittime:
La “Precisione di atterraggio” è quella più ovvia: chi centra il cerchio disegnato sul prato vince. Semplice, universale, misurabile. Il CIO ama le cose misurabili — è per questo che ha inserito il curling, dove si misura la distanza di una pietra di granito da un bersaglio dipinto sul ghiaccio, con una scopa. Se funziona con la scopa, funziona col parapendio.
L'”Eleganza in volo”è la categoria artistica: giuria di nove giudici internazionali, punteggi da 0 a 10, musica di sottofondo scelta dall’atleta-istruttore. Come il pattinaggio artistico su ghiaccio, ma con quota minima di cinquecento metri e un panorama notevolmente superiore. L’Italia, avendo le Dolomiti come quartier generale di allenamento, godrebbe di un vantaggio competitivo difficile da quantificare ma impossibile da negare.
La “Resistenza emotiva dell’istruttore” è probabilmente la disciplina più tecnica: l’istruttore viene valutato in base alla capacità di mantenere la concentrazione e il controllo del volo mentre il passeggero urla, implora il ritorno a terra, si aggrappa all’imbracatura come un koala a un eucalipto e fa domande del tipo “Siamo sicuri di stare bene?” ogni quattro secondi. Chi regge di più senza ridere prende i bonus tecnici. L’esperienza di Arianna Fontana con le pressioni olimpiche sarebbe probabilmente trasferibile a questa disciplina.
Il “Freestyle panoramico” è la categoria reina: acrobazie sopra le Dolomiti con tappeto sonoro di Ennio Morricone. Spirali, loop, ala delta ombra. Voto finale dato metà dalla giuria tecnica e metà da una fotografia aerea scattata durante il volo: chi risulta più bello dall’alto vince. Medaglia d’oro assegnata all’Italia automaticamente per motivi paesaggistici, estetici e di decenza verso il patrimonio naturale UNESCO.
Sappiamo già cosa sta pensando. State pensando che il CIO ragiona con tempi geologici — e avete ragione, anche le Dolomiti si sono formate in tempi geologici, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sappiamo anche che la strada per diventare disciplina olimpica è lunga, tortuosa e prevede riconoscimenti federali internazionali, periodi di prova, test di universalità. Lo stesso iter che ha portato il curling — gioco scozzese del XVI secolo in cui si spinge una pietra di granito su ghiaccio lucidato con delle scope — a diventare sport olimpico.
Se ce l’ha fatta il curling, il parapendio biposto merita almeno un’audizione.
La proposta è formalmente sul tavolo. Il dossier è in preparazione. Le Dolomiti, come sempre, aspettano. Con quella pazienza che hanno solo le cose che durano da duecento milioni di anni.
Conclusione: Un’Italia che Non Smette di Stupire
Milano Cortina 2026 entrerà nella storia non soltanto come la terza edizione invernale italiana dopo Cortina 1956 e Torino 2006. Non soltanto come quella dei record — record di medaglie totali, record di ori, record di atleti convocati (196, mai così tanti). Entrerà nella storia come quella in cui l’Italia ha ricordato a se stessa, e al mondo intero, di essere una nazione capace di cose grandi quando gioca in casa, quando le montagne sono quelle di sempre, quando il pubblico canta sugli spalti e il paese si ferma davanti agli schermi.
Sei dei otto ori conquistati finora sono stati vinti da donne. Brignone, Lollobrigida, Voetter e Oberhofer, Vittozzi: campionesse che hanno trasformato queste due settimane in una lezione di eccellenza femminile che va ben oltre lo sport. Sono figlie delle Dolomiti, di quella cultura della montagna che non perdona la superficialità e premia chi sa soffrire, aspettare e poi esplodere nel momento giusto.
Mancano ancora cinque giorni. Altre gare da disputare, altri podi possibili, altri nomi da aggiungere a questa storia straordinaria. Ma il messaggio è già arrivato, chiaro come l’aria di gennaio a tremila metri: l’Italia è viva, è forte, e sulle sue montagne sa fare cose che il resto del mondo può solo guardare a bocca aperta.
Quanto al parapendio biposto olimpico? Ci rivediamo a Los Angeles 2028. Nel frattempo, portate l’imbracatura. Non si sa mai.
Articolo pubblicato il 17 febbraio 2026 — Dati aggiornati alle ultime gare disponibili
Le medaglie sono reali. L’entusiasmo è certificato. La proposta sul parapendio è seria. O quasi.




